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Crisi italiana.


 
 
 
 
Qual è il punto di rottura?
Quanti passi ci separano dal conflitto sociale conclamato?
 
 
 
Quattro nomi:
 
 
 
 
 

 

Cosa accomuna queste esperienze?
La zona geografica: la ricca Lombardia.
La specializzazione: parliamo di aziende fortemente legate a realtà che richiedono conoscenze specifiche.
La forma di lotta: gesti che richiamano l’attenzione. Scelte espressive che talvolta trovano spazio nonostante indirizzi sindacali di diverso orientamento.
 

 
Non sono un fanatico del metodo induttivo applicato alle lotte sindacali e le variabili in gioco nelle analisi economiche sono troppe per un post, un blog od anche un semplice libro.
Ma fatta questa premessa non posso esimermi da alcune considerazioni.

 
L’economia, che secondo Berlusconi un giorno è in piena crisi e il successivo è solo fantasma delle nostre menti, l’economia non tende a riprendersi e solo i media sedano la percezione delle fatiche che questa nazione vive quotidianamente (poiché il governo ci ha insegnato che la percezione è tutto. La realtà è nulla)
Le aziende chiudono e questo, ben oltre ogni blog, articolo o servizio, tutto questo getta nel dramma centinaia di migliaia di persone.
I lavoratori restano soli a combattere una battaglia che li vede sempre più spesso sconfitti.
Il giorno prima una famiglia vive una quotidianità faticosa ma gestibile.
Il giorno dopo questa parvenza di normalità si frantuma.
Recuperare diventa difficile e a quel punto chi si trova nel dramma sarà, inevitabilmente, disposto ad accettare ogni proposta.
 
Arrivare all’attenzione dei media risulta essere l’unica strada che davvero conduca alla possibilità di una soluzione dignitosa nel crollo.
E tanti saluti alla forza dei sindacati che giorno dopo giorno perdono valore.
Per gli errori commessi presenti e passati e per la violenza di una crisi che non sanno come gestire.
 
Non saranno i primi responsabili nella creazione del dramma ma certo sono responsabili delle sconfitte quotidiane e progressive che sono state pagate sulla pelle dei singoli.
In questa cornice abbiamo i dirigenti, troviamo gli operai che non ci credono, i dipendenti senza interesse.
Ognuno di loro, di noi, è ugualmente responsabile.
 
Ma qualcuno paga più di altri.
 
Quando si parla di guerre in territori stranieri ed eroi (!!!) che hanno dato la vita per la patria si dimenticano tutti coloro che ogni giorno, ogni ora si sacrificano alla mercè dei padroni.
L’Italia, nel decennio 1996-2005, è risultato il paese con il più alto numero di morti sul lavoro in Europa
Perdendo la vita, restando senza arti, ferendosi gravemente e in modo permanente.
 
 
Apro una parentesi:
Il sindacato, quando sbaglia, tradisce il proprio ruolo e tradisce loro.
Ed è doppiamente colpevole perchè dovrebbe proteggerli ed invece rinuncia dove sarebbe più importante mostrare forza.
Se non accetti condizioni di lavoro estreme ti licenzio.
E se le accetti crepi.
Se ti va bene … invece verrai licenziato a causa della crisi, questo mostro che ormai possiamo scatenare tutte le volte che ci fa comodo per giustificare i tagli.
 
Prendersela con i padroni, con i dirigenti, è giusto. E’ facile.
Sono loro i nemici.
Se questa è una guerra, e lo è a vedere dal numero di morti, identificare il nemico è questione di poco.
L’impero, il sistema ed i suoi soldati in giacca e cravatta.
Ma sarei uno stupido se non vedessi dove siamo arrivati.
I compromessi in nome del realismo io li chiamo sconfitte.
Perchè, se dovessi usare un grammo del presunto raziocinio che ci viene richiesto per accettare la soluzione meno traumatica, allora mi verrebbe da ribaltare il tavolo e chiedere loro se la real politik nella contrattazione abbia portato il giovamento che ipotizzavano.
E non solo per quanto mi riguarda ma per quanto riguarda il resto dei lavoratori.
20 anni addietro eravamo messi così male?
 
 
 
Tornando però alla crisi attuale prendo nota delle nuove forme di lotta.

Punto l’attenzione sulla Maflow ma sarebbe possibile trovare parallelismi in molti degli altri casi.
 
 
E dove non sono direttamente i lavoratori delle imprese a farsi carico delle iniziative on-line ci pensano centinaia di blog a diffondere le informazioni.
Resta il problema dell’attendibilità delle fonti ma, a livello locale, questo è un falso dilemma: le verifiche possono essere fatte sul campo.
 
Sempre concentrandoci sulla Maflow, sulla lotta per la sopravvivenza e sulla necessità di far arrivare il messaggio all’esterno si segnalano poi ulteriori iniziative concrete.
Una marcia.
 
(tra le altre cose ecco che ritorna la forma di lotta più frequente di questo periodo: andare sul tetto!)
 
In tutte queste espressioni continua ad emergere puntuale una tendenza: i media tradizionali silenziano quello che internet, il movimento e i lavoratori cercano di far emergere.
 
Perchè la crisi ha una duplice veste:
giustificare misure inique e, secondo la necessità, sparire per lasciar posto ad ottimismo privo di fondamento.
E’ difficoltoso governare una crisi così ampia.
Dire agli elettori che va tutto bene e contemporaneamente sedare le rivolte degli operai che restano senza lavoro.
 
La chiusura delle aziende nel 2009 è stata DRAMMATICA.
Ben oltre qualunque dichiarazione restano questi dati:

"L’istituto Cerved ha calcolato che nel terzo trimestre del 2009 i fallimenti avviati sono stati 1.735, pari al 40% in più dell’omologo periodo del 2008; considerando l’arco dei primi nove mesi, il numero totale (6.309) supera del 27% l’analogo dato dell’anno passato."
"E ancora più significativi sono i dati sui concordati preventivi: da gennaio a settembre del 2009 ne sono stati avviati 664, pari addirittura al 76% in più rispetto a quelli iniziati nei primi nove mesi dell’anno scorso."
E nelle zone ricche…
"Le Regioni più interessate dai fenomeni concorsuali sono naturalmente quelle con il maggior numero di imprese, a partire dalla Lombardia; in particolare, nella provincia di Brescia i fallimenti sono cresciuti del 93%. I settori più drammaticamente colpiti sono il tessile e il meccanico dove moltissimi dipendenti in cassa integrazione sono stati costretti a vendere oro vecchio per riuscire a fare la spesa o a pagare il mutuo. "
 

 (1) (2)
 
Ma con dati come questi ci vuole coraggio per vanagloriarsi.
 
 
 
 
Cosa resta dunque?
E’ spesso più facile identificare i problemi di quanto non sia possibile risolverli (e in questo caso anche individuare con chiarezza la genesi dei drammi è comunque difficoltoso).
Mi resta la sensazione che la responsabilità di quanto sta accadendo cada su ognuno di noi.
 
Sui sindacati impegnati ad autoalimentarsi.
 
Sui padroni. Che in  presenza di una crisi che ha ridotto i margini di profitto hanno subito pensato a delocalizzare.
(ma arriverà il momento in cui, dopo aver depauperato la risorsa Italia, avranno perso i clienti finali solo per aumentare il proprio margine)
 
Sui governanti di centro che manifestatamente hanno insistito nel dirci che questo era il solo sistema economico possibile (PD e nello specifico gente come Ichino) e andava gestito "umanizzandolo" e non riformandolo.
 
E sui governanti di destra che invece considerano questo sistema economico assolutamente raccomandabile.
(da queste valutazioni nazionali, e dunque locali, spesso si omette l’impatto del sistema economico sul resto del mondo. Basterebbe questo talvolta a rimettere tutto in discussione. L’Italia non è il mondo e non lo è la realtà occidentale. Numericamente non siamo neanche vicini alla maggioranza)
 
E’ colpa del sistema?
Certo.
Ed è colpa nostra che non lo rovesciamo.
Perchè quando la crescita affamava il resto dei popoli aveva una suo peso.
Quando la crisi è giunta a bussare alle nostre porte il problema è diventato serio.
E adesso sta cercando di buttare giù la porta.
Per entrare con forza.
 
Forse il ciclo si interromperà in tempo e troveremo un nuovo mercato povero dove vendere e sfruttare.
Ma la sostanza non sarà cambiata di un virgola.
 
 
 
 
 
 
Note:
  
1) Non esiste solo Termini Imerese.
E non solo la Lombardia.
 
 
 
 
 
 
 
 
Potremmo andare avanti a lungo.
 
2) Le alternative?
Esistono e sono praticabili ed, ovviamente, in nome di una real politik dai risultati garantiti (!!!), non vengono neanche prese in considerazione.
L’economia partecipativa è certo che quella che mi trova più vicino:
 
 
Ma è solo una delle possibilità.
 
3) Perchè faccio riferimento a Ichino?
 

Ha ragione. Ma non nel senso in cui crede.

(lasciamo perdere la facile ironia che scatenano parole come: << Non sarebbe meglio per tutti rispettare la libertà dell’impresa, vincolando quest’ultima soltanto, ma seriamente, a farsi carico fino in fondo dei costi sociali delle sue scelte?>>

La libertà di impresa? Ma Ichino in che mondo vive? In che schieramento si trova? Chi difende? )

 

 

4) Includo due video che spiegano la genesi di tale crisi. Restando comunque all’interno di un confine ben limitato che non valuta il sistema a livello generale.
Hanno il pregio di essere chiari. (sfortunatamente sono in inglese)
 
 


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