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Noi non siamo l’azienda




Un giorno dopo aver annunciato ai lavoratori di aver acquistato l’azienda Pride, l’azienda dove lavoro, l’Ericsson, ha annunicato ai lavoratori la decisone di “assorbire, parzialmente” gli aumenti contrattuali nel superminimo. Naturalmente, la notizia non è stata gradita dai lavoratori e le RSU hanno dichiarato uno sciopero di 4 ore per mercoledì, 20 gennaio.

Durante l’assemblea in cui i rappresantanti delle RSU spiegavano quello che era successo e cosa intedevono fare, uno di loro ha detto: "noi siamo l’azienda …", senza suscitare l’opposizione dei presenti.

E’ qualcosa che mertia attenzione. Molta attenzione.

Perché le aziende sono solite manipolare l’opinione dei dipendenti. A loro conviene farci identificare con sé stesse, perché così diventa tutto più facile per loro. Come se le decisioni che le aziende prendono a nostro danno fossero in qualche modo frutto anche del nostro sacco!

Il fatto che un rappresantante delle RSU affermi che “siamo l’azienda” e nessuno alza il ciglio è un segnale preoccupante perché vuole dire che l’azienda sta riuscendo in questo suo intento manipolatore.

In realtà, nulla di più falso. Noi non siamo l’azienda. Noi siamo lavoratori che prestano il proprio servizio all’azienda in cambio di uno stipendio, delle garanzie e di un certo tipo di trattamento, tutelati dal contratto nazionale di categoria, da accordi sindacali.

L’azienda, invece, è costituita da gente che ha il potere decisionale. E’ questo centro di potere che ha deciso di "scippare" i nostri aumenti, non noi.

Ergo, non siamo l’azienda.

L’azienda ha fatto diverse cose ultimamente. Ha cambiato il contratto di categoria, passando da quello dei metalmeccanici a quello delle telecomunicazioni, una categoria con minore forza contrattuale e condizioni peggiori per i lavoratori. Ha acquistato l’azienda Pride senza dire niente ai lavoratori. Ha fatto mettere per terra, fuori dai cancelli, la scritta: "Proprietà Privata". Ha chiamato guardie private armate per "difendere" quel territorio privato dai lavoratori che facevano il picchetto. Ha eliminato le stanze degli uffici e ha introdotto gli “open space”. Tutti atti unilaterali. Non siamo stati noi lavoratori a fare queste cose. A farle è stata l’azienda.

Ergo, non siamo l’azienda.

I dipendenti di tutte le aziende auspicano che gli affari di quelle aziende vadano bene perché dipendono da esse. Ma non per questo diventano l’azienda.

Dacché mondo è mondo, i poteri in essere hanno sempre cercato di darla a bere ai sottomessi che tutto veniva fatto a loro beneficio. Quando non è possibile esercitare il potere direttamente con la frusta e con le minacce, i potenti optano sempre di più per il potere di persuasione delle parole utilizzate ad arte. Come fa notare Lakoff, uno studiosio di questi fenomeni, le parole non sono solo portatori di idee, le evocano. Così, le aziende fanno leva su parole attentamente scelte per evocare in noi dei sentimenti contrari ai nostri diritti e ai nostri bisogni.

Prendiamo dunque controllo delle parole! Evochiamo le idee nostre, e fermiamo l’evocazione delle idee che ci sono avverse.

La prossima volta che qualcuno vi dice che siete l’azienda, fermatelo; diteglielo subito che è falso!

Rifiutiamo l’idea che gli aumeti contrattuali sono stati semplicemente assorbiti, parzialmente, nel superminimo. Imponiamo la nostra: è stato un furto! Chiediamo ai nostri capi quando verrà restituito il maltolto.

E non facciamoci confondere con le questioni legali. Si sa che la legge è dettata dai potenti e difende sempre loro. Basta vedere quello che succede nel nostro paese delle leggi ad personam! Bush è riuscito a far "legalizzare", a posteriori, l’invasione dell’Iraq, con tanto di bugie ormai documentate. Questo non significa che la sua azione fosse giusta. E non significa che non lo dobbiamo denunciare e condannare ad alta voce.

Diamo fiducia, invece, alle nostre pance! Quando vi prendono in giro, sentite subito una certa contrazione della pancia? Fidatevi! Come disse un giudice della corte suprema americana in una causa in cui era coinvolta la pornografia: "non so come definirla, ma quando la vedo, la riconosco". Non abbiamo bisogno delle definizioni in un contorto lessico giurisprudenziale per capire quando un atto è uno furto!

E se non basta tutto questo per convincerci, diamo un’occhiata ai nostri valori. Essi sono l’equità, la solidarietà, la diversità e la partecipazione, non la disumana massimizzazione dei profitti che è il valore per eccelenza delle aziende.


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